Le Parlamentarie del M5S sono state un bluff? un confronto con il Partito dei Pirati tedesco

Per la prima volta in Italia un movimento politico ha determinato la scelta dei propri candidati al parlamento con una votazione online fra i propri iscritti certificati. Parliamo chiaramente del Movimento 5 Stelle e delle sue Parlamentarie. Una bella dimostrazione di democrazia in confronto alle scelte operate dai partiti classici che alle ultime politiche hanno scelto i propri candidati sulla base di scelte calate dall’alto senza alcun coinvolgimento dei propri elettori.
Ma invece che apprezzare la scelta fatta e capire pregi e difetti di questo nuovo metodo, che potrebbe essere una sorta di precursore di quello che sarà il metodo applicato nel prossimo futuro per le elezioni politiche, si è preferito concentrarsi subito sui difetti accentuandoli a tal punto da cancellare completamente gli eventuali pregi.

parlamentarie

Scarsa partecipazione dei votanti, poca trasparenza nella verifica dei voti e dei partecipanti e mancanza di un organo terzo esterno che vigilasse sulla regolarità delle votazioni. Ma fra queste critiche quella che più è stata utilizzata è quella della scarsa partecipazione soprattutto se confrontata con la partecipazione alle primarie del centrosinistra. Infatti se queste hanno coinvolto circa 3 milioni di votanti, quelle del M5S avrebbero coinvolto un numero di votanti decisamente inferiori pari a circa 32.000 persone (pari ai 95.000 voti espressi divisi per le 3 preferenze di voto possibili). Certo, di fronte a questi numeri c’è poco da confrontare. Ma stiamo parlando di modelli molto diversi e quindi difficilmente paragonabili. Infatti da una parte abbiamo un tipo di votazione classico (su scheda fisica), dall’altro un tipo di votazione nuovo, più complicato, non conosciuto da tutti, senza considerare il diverso battage pubblicitario che è stato fatto alle primarie del centrosinistra rispetto a quelle del M5S.  Riteniamo quindi più giusto fare un confronto con un modello simile a quello utilizzato dal M5S e come metro di paragone chi se non meglio del partito dei Pirati tedesco, il partito preso come esempio da tutti come modello di democrazia liquida?

Bene, guardiamo i numeri. Da informazioni raccolte in rete da parte di un partecipante al partito dei Pirati italiano, abbiamo saputo che alle ultime elezioni statali di Berlino del 2011, alle quali i Pirati superano per la prima volta la soglia del 5% ottenendo 15 seggi sui 141 disponibili, hanno partecipato alla votazione dei propri rappresentanti 5.000 iscritti. Numeri tutt altro che eccezionali e non molto distanti da quelli del M5S.

Altra critica che si è fatta al M5S è che il portale utilizzato per le votazioni e per costruire il programma in maniera condivisa è poco partecipato e che pochi sono i suoi iscritti. Bene, dalle informazioni ricevute il luogo dove i Pirati tedeschi si ritrovano e prendono delle decisioni condivise, il famoso Liquid Feedback, registra 10.000 iscritti mentre gli iscritti al partito sono 40.000 circa. Quindi anche su questo fronte numeri tutt’altro che eccezionali e simili a quelli del M5S solo considerando gli almeno (come minimo) 32.000 iscritti ricavati dalle Parlamentarie.

Quindi se consideriamo il Partito dei Pirati tedeschi come un esempio modello di partito liquido e moderno che funziona bene, e consideriamo i numeri che lo caratterizzano, non possiamo certo dire che le Parlamentarie del M5S sono state un bluff, anzi, sembrerebbe che abbiano goduto di buoni numeri considerando la novità dell’esperimento e le problematiche di gestione di un simile modello.

Sentiremo mai i principali organi di informazione riportare questi dati e questo confronto?

Se qualcuno ha statistiche più precise sul Partito Pirata tedesco o se ritiene quelle qui riportate inesatte, lo comunichi nei commenti

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Siamo sicuri che evitare il default a tutti i costi sia la soluzione migliore per l’Italia?

Uno degli assiomi che sembrano intoccabili ed indiscutibili è il seguente: il default di uno stato deve essere assolutamente evitato, a qualsiasi costo.

Ma siamo così sicuri che sia giusto? Per avere una risposta dovremmo vedere cosa è successo dove il default si è verificato effettivamente, per esempio in Argentina. Tutti ci ricordiamo le immagini drammatiche provenienti dall’Argentina a fine 2001 con le banche chiuse che impedivano il prelevamento del contante e la popolazione argentina per le strade a protestare con le pentole. Ma poi come è finita la crisi argentina? che fine ha fatto il paese? la popolazione si è ridotta alla fame e l’economia argentina è stata danneggiata irrimediabilmente?

A tal proposito è interessante vedere alcuni grafici economici a partire dal grafico del tasso di crescita del PIL argentino dal dopo default fino ad oggi

tasso crescita PIL Argentina

tasso crescita PIL Argentina

http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?c=ar&v=66&l=it

Si vede come a partire dall’anno successivo al default, il PIL argentino ha visto, a parte il 2009, tassi di crescita dal 7% al 9% annui.

Ma guardiamo anche altri parametri economici importanti. Per esempio il tasso di disoccupazione che dal picco del 25% è sceso al 7.8%

tasso di disoccupazione

tasso di disoccupazione Argentina

http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=74&c=ar&l=it

oppure il rapporto fra debito pubblico su PIL

debito pubblico/PIL

debito pubblico/PIL Argentina

http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=143&c=ar&l=it

Certo, non è tutto oro ciò che luccica visto che l’Argentina ancora non è uscita completamente dalla crisi scoppiata 10 anni fa (basta vedere altri indicatori come la percentuale di popolazione sotto il livello di povertà). Però il paese lentamente ha ripreso a camminare sulle sue gambe e non si è assistito a quel tracollo che ci saremmo aspettati  quando si immagina un  default.

Invece cosa stà succedendo alla Grecia che è un paese dichiarato praticamente fallito e che invece che dichiarare pubblicamente il default cerca di evitarlo a tutti i costi accettando i prestiti della BCE e contemporaneamente le rigidissime restrinzioni economiche dettategli?

Dal grafico del PIL si nota come la situazione peggiora anno dopo anno a fronte delle pesanti misure economiche che il governo applica al paese per poter ottenere i finanziamenti dalla BCE

tasso crescita PIL Grecia

tasso crescita PIL Grecia

http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=66&c=gr&l=it

Anche il tasso di disoccupazione denota una situazione di netto peggioramento

tasso di disoccupazione Grecia

tasso di disoccupazione Grecia

http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=74&c=gr&l=it

e che dire del rapporto debito pubblico su PIL?

debito pubblico/PIL Grecia

debito pubblico/PIL Grecia

http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=143&c=gr&l=it

Il confronto fra Argentina e Grecia , almeno su questi importanti indicatori, dà una indicazione abbastanza chiara: il default sembra aver sortito effetti negativi in maniera minore rispetto alla scelta di evitarlo.

L’Italia ha deciso di seguire l’esempio della Grecia e cioè evitare a tutti i costi il default a costo di imporre misure lacrime e sangue ai propri cittadini. A seguito di questa analisi, siamo proprio così sicuri di aver scelto la strada giusta?

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TAV in Val di Susa: dove stà la ragione?

In Italia non esiste una vera e propria politica industriale e quindi men che mai un progetto di piano di sviluppo a lungo termine. Le uniche politiche che vengono portate avanti e che si ritiene siano necessarie per garantire uno sviluppo del paese sono oltre a quelle basate sul cosiddetto Piano Casa, e quindi sulla cementificazione del paese, quelle che si basano sulle Grandi Opere. Fra queste ultime, ce ne sono 2 in particolare che sono al momento centrali: la TAV e il Ponte sullo Stretto.

Lasciando da parte il Ponte sullo Stretto, concentriamoci sulla TAV ovvero sul treno ad alta velocità che dovrebbe assicurare la possibilità di spostarsi nel paese in tempi molto rapidi e che quindi dovrebbe spingere sempre più persone ad abbandonare l’auto e privilegiare quindi gli spostamenti in treno.

Quasi tutti i paesi più industrializzati hanno investito molto sull’alta velocità e l’Italia non ha fatto altro che allinearsi ad essi. Il problema è che come sempre succede in Italia, le grandi opere non vengono mai realizzate nei tempi e nei costi previsti inizialmente e spesso causano problemi di tipo ambientale alle zone dove vengono realizzate causando una resistenza da parte delle popolazioni coinvolte. L’esempio migliore in tal senso è la resistenza della Val di Susa al passaggio della TAV nel suo territorio ma soprattutto nella costruzione della grande galleria che dovrebbe essere costruita per collegare l’Italia alla Francia.

Le popolazioni locali criticano fortemente l’opera perchè dicono che è inutile, visto che c’è gia una linea ferroviaria esistente che fa lo stesso percorso previsto dalla TAV e che tra l’altro è molto sottoutilizzata rispetto alla sua capacità di trasporto attuale, oltre che pesantemente onerosa per il paese visto che la gran parte dei costi necessari per realizzarla saranno soldi pubblici, visto che i privati parteciperanno in modo molto ridotto, e che i contributi europei copriranno solo una piccola parte di essi.

Al contrario i sostenitori dell’opera, stato italiano in primis, dicono che l’opera è assolutamente necessaria, che senza di essa l’Italia perderà competitività rispetto agli altri paesi europei e che i costi sono giusti.

In un contesto del genere come fa un cittadino a capire dove stà la ragione? Come fa a capire chi racconta delle bugie per rendere giustificabili le proprie teorie? La risposta è semplice: occorre trovare delle analisi di organi terzi che non essendo di parte diano un giudizio neutro.

A tal proposito ci  possono venire utili i giudizi di 2 organi importanti: la Corte dei Conti e l’Ossevatorio Nazionale sulle Liberalizzazioni nelle Infrastrutture e nei Trasporti (Onlit).

Per vedere il giudizio della Corte dei Conti circa l’opera TAV ecco il link da leggere: http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_centrale_controllo_amm_stato/2008/delibera_25_2008_g_relazione.pdf

Ecco alcuni passaggi della relazione:

1) l’opera è caratterizzata da CARENZE metodologiche del PROCESSO DECISIONALE che hacondotto all’adozione della complessa operazione: NESSUNO studio di fattibilità attendibile aveva quantificato la VANTAGGIOSITA’ di tale operazione rispetto al sistema creditizio tradizionale per realizzare gli investimenti.

2) emergono elementi di forte rischio dai rapporti negoziali attivi e soprattutto passivi ereditati dallo Stato: complesse clausole finanziarie PENALIZZANO spesso la parte PUBBLICA

3) è IMPOSSIBILE acquisire, dagli atti a corredo del bilancio e dai provvedimenti di spesa ad essi sottesi, alcun riferimento utile a calcolare nel tempo la distribuzione dei costi e dei benefici tra le generazioni di utenti e contribuenti interessati

4) l’opera PREGIUDICA L’EQUITA’ INTERGENERAZIONALE, caricando in modo sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali. Vengono scaricate sulle generazioni future oneri relativi ad investimenti, la cui eventuale utilità è beneficiata soltanto da chi li pone in essere, accrescendo il debito pubblico, in contrasto con i canoni comunitari

5) i contratti attuativi si basavano su stime di flussi e di ritorni economici dell’opera non solo ALEATORI, ma anche IRREALISTICI e sostanzialmente INESISTENTI

6) MANCA un’azione costante di VERIFICA SULL’OPERATO DEI MANAGER PUBBLICI, dai quali si ereditano gli effetti delle decisioni, con il risultato che gravi errori da questi commessi non vengono valutati sotto il profilo di una ipotetica responsabilità sociale

7) è completamente INATTENDIBILE fin DALL’ORIGINE la quantificazione dei FLUSSI DI ENTRATA presi a riferimento dall’ipotesi di finanza di progetto, così come sono nettamente SOTTOSTIMATI I COSTI dell’opera

8) che sono assolutamente RILEVANTI gli ONERI caricati sullo STATO, la GRAVOSITA’ delle operazioni di PRESTITO e delle procedure ad esse collegate, la SCARSA TRASPARENZA amministrativa e contabile della gestione del debito

9) che l’unico progetto finanziario disponibile è quello iniziale: esso si basava su STIME MOLTO OTTIMISTICHE di FLUSSO PASSEGGERI e di UTILIZZAZIONE DELLA RETE, sia in termini di treni passeggeri che di treni merci. La scissione tra questa previsione, l’andamento dei lavori e le stime della utilizzazione della rete ferroviaria da parte dei soggetti interessati, nonché la stessa individuazione generica di questi ultimi senza riscontri di carattere programmatico e contrattuale, hanno reso l’ipotesi dell’AUTOFINANZIAMENTO meramente VIRTUALE, inducendo il graduale abbandono del progetto iniziale, con contestuale ACCOLLO DEL DEBITO correlato al patrimonio separato a carico dell’ERARIO

10) che è evidente la forzatura iniziale che, attraverso un progetto finanziario
troppo ottimistico, ipotizzava un autofinanziamento mediante project finance: in realtà si trattava ab origine di linee ferroviarie finanziate con DEBITO PUBBLICO FUTURO, neppure acquisito alle migliori condizioni di mercato

11) che un progetto delle dimensioni dell’Alta velocità non può ritenersi accettabile solo in relazione all’indubbia strategicità dei fini in esso contenuti, ma deve essere accompagnato da una REALISTICA analisi dinamica della copertura economica. Diversamente opinandosi, non poteva che verificarsi un INERE RILEVANTISSIMO per la FINANZA PUBBLICA, come avvenuto nel caso di specie.

Oltre alla Corte dei Conti interessante è anche l’opinione dell’ Ossevatorio Nazionale sulle Liberalizzazioni nelle Infrastrutture e nei Trasporti (Onlit) che si può leggere al seguente link: http://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=119593

Ecco il passaggio significativo del comunicato: “‘Il ponte sullo Stretto, il traforo della Val Susa e il terzo valico Milano-Genova vanno cancellati in quanto non in grado di reggere ad una seria analisi della domanda e di comparazione tra costi e benefici

A questo punto vi chiediamo: sulla base dei giudizi di questi due organismi terzi cosa pensate delle manifestazioni e del parere sull’opera dei cittadini NO Tav della Val di Susa?

altri articoli interessanti sull’argomento TAV:

Conti truccati ad Alta velocità

Alta Velocità: l’Economist si schiera con i No TAV

 
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Chi dobbiamo ringraziare per il debito pubblico italiano?

L’Italia è uno dei paesi con il più alto livello di debito pubblico, il quale è allo stesso tempo la causa principale del mancato sviluppo del nostro paese e dell’elevato livello delle tasse a cui sono sottoposti i cittadini italiani.

Il debito pubblico aumenta costantemente anno dopo anno e nessuno riesce a mettergli un freno. Si alternano i governi ma la situazione non cambia. E ormai il fatto di avere un debito così alto è diventato quasi una normalità come se fosse un qualcosa che ci sia sempre stato e che fa parte di noi.

Ma se uno fa una ricerca sulla storia del nostro debito pubblico, potrà fare delle interessanti scoperte. Infatti il nostro debito pubblico è stato a livelli diciamo fisiologici, in linea con quello degli altri paesi fino a circa gli anni settanta. Ma dagli anni ottanta fino a metà anni novanta c’è stato un boom fortissimo del nostro debito che è passato da 200 miliardi di euro a 1200 miliardi di euro come si vede bene dalla linea rossa di questo grafico:

In pratica dal 1980 al 1994 il rapporto fra debito pubblico e PIL è più che raddoppiato passando dal 55% ad oltre il 120% come rappresentato bene dal seguente grafico:

E qui sorge spontanea la seguente domanda: ma chi è che ha dato il via ed ha alimentato questo incremento del debito pubblico? A tal proposito può venirci utile il seguente grafico:

che ci dà la risposta: dobbiamo ringraziare i vari governi Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi e Berlusconi.

L’altra domanda che ora oggi tutti noi ci facciamo è la seguente: l’attuale governo ha le capacità per risolvere il problema della crescita infinita del debito pubblico italiano?

Bene, per rispondere andiamo a vedere chi sono attualmente i ministri che più di tutti, per competenza e ruolo, dovrebbero trovare le misure per mettere un freno al problema o riducendo i costi dello stato o dando nuovo slancio all’economia e alla macchina amministrativa statale: Tremonti cioè il ministro dell’economia, Sacconi cioè il ministro del lavoro e Brunetta cioè il ministro per la Pubblica Amministrazione.

A leggere i nomi vengono i brividi perchè questi 3 ministri hanno avuto ruoli significativi nei vari governi che si sono succeduti dal 1980 al 1995 proprio nel campo delle politiche economiche del paese. Infatti ecco il trascorso dei 3 ministri in questione, come si può apprendere facilmente da Wikipedia:

MAURIZIO SACCONI:

E’ stato ininterrottamente membro del governo come sottosegretario al Tesoro dal 28 luglio 1987 al 10 maggio 1994.

nel 1994 è tra i fondatori della Federazione dei Socialisti. Non rieletto, è comunque consigliere economico della presidenza del Consiglio del Berlusconi I. fino a gennaio 1995

RENATO BRUNETTA:

Di formazione socialista, collabora in qualità di consigliere economico con i governi Craxi I,( da agosto 1983 ad agosto 1986) Craxi II, (agosto 1986-aprile 1987) Amato I (giugno 1992-aprile 1993) e Ciampi.(aprile 93- maggio 94)

GIULIO TREMONTI:

Candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze Franco Reviglio e Rino Formica.

E’ stato poi Ministro delle finanze da maggio 94 a gennaio 95

 

Questi dati parlano da soli e francamente rimaniamo a bocca aperta quando sentiamo giornalisti, politici o cittadini semplici che incensano questi ministri considerandoli delle punte di diamante della politica italiana. Come mai abbiamo una così scarsa memoria di quello che fanno le persone nel passato? come mai abbiamo una classe giornalistica così silente e ossequiante rispetto i nostri politici? come mai c’è questa difficoltà a cambiare la classe dirigente?

E poi ci meravigliamo se il paese è allo sbando se chi dovrebbe risollevarci è colui che è stato la causa principale del nostro affondamento?

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Gli Stati Uniti rischiano di crollare per le spese militari

Leggere in questi giorni che gli Stati Uniti rischiano il default come una Grecia qualsiasi colpisce molto. Mai nessuno di noi fino a pochi anni fa avrebbe mai potuto pensare ad un rischio di accadimento del genere. E colpisce anche come se ne parli come di una notizia come qualsiasi altra quando invece questa notizia dovrebbe essere al centro delle discussioni di qualsiasi nazione evoluta e non.

Il debito pubblico americano negli ultimi anni è praticamente raddoppiato e corre come un treno impazzito senza guida. Obama, che quando è stato eletto presidente degli Stati Uniti sembrava essere l’uomo giusto che avrebbe potuto riprendere in mano le sorti del paese rimettendolo in carreggiata, è in grande difficoltà e probabilmente dovrà accettare di tagliare la spesa sanitaria americana, che per lui è sempre stato un punto fermo.

Ma la cosa che colpisce e che lascia con la bocca aperta è il constatare che a fronte di una crescita smisurata del debito pubblico parallelamente si ha una crescita continua delle spese militari sostenute dagli Stati Uniti, spese che sicuramente sono il principale motivo dell’esplosione del debito pubblico.

Ecco alcuni dati che parlano da soli:

– su 14.000 miliardi di dollari di debito pubblico attuale,le spese militari nel 2010 erano di 680 miliardi di dollari

– fra il 2001 e il 2010 la spesa militare americana è cresciuta dell’ 81%

– per il 2011 e il 2012 è previsto ancora un incremento delle spese militari per cui nel 2012 cresceranno del 4% rispetto al 2010

(dati presi da http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/61481_Spese_militari_mondiali_2010.pdf)

Sembra quasi che gli Stati Uniti non possano fare a meno di investire così tanti soldi nel settore della difesa, anche a costo di far saltare il banco. Lo stesso Obama, che da molti era visto come il presidente che finalmente avrebbe fatto fare agli Stati Uniti un passo indietro nel suo ruolo di “polizia mondiale”, non ha fatto niente per invertire la tendenza. A questo punto una domanda sorge spontanea: come mai gli Stati Uniti invece che concentrarsi sul risolvere i suoi problemi interni continua a dare questa importanza ai problemi esterni?

L’idea che ne deriva è che gli Stati Uniti pensino che ormai la propria popolazione e la propria economia siano ormai considerati come un limone completamente spremuto dal quale non esce più una goccia e che quindi si stiano trasformando in un parassita che ha bisogno di spremere gli altri paesi per potersi mantenere a galla. A conferma di ciò ci sono i bilanci delle più grandi corporation americane che in un momento di crisi economica generale stanno sfornando utili record grazie agli utili realizzati non negli Stati Uniti ma nelle nazioni estere.

Per questo è fondamentale per loro mantenere una forte influenza un pò in tutto il mondo a costo di usare la forza. A dimostrazione di ciò c’è un altro dato significativo:

Il Pentagono è il più grande proprietario immobiliare del mondo con un «portafoglio globale di proprietà immobiliari» pari a 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. E oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. (fonte http://www.nodalmolin.it/spip.php?article669 )

Ma quanto ancora gli Stati Uniti riusciranno a portare avanti questa politica di forti spese militari? quanti sacrifici i cittadini americani saranno disposti a sopportare prima di ribellarsi e scendere in massa per le strade? Rispondere a queste domande non è semplice ma una certezza sembra emergere: ci aspetta un fine 2011 molto caldo.

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Tutto quello che c’è da sapere sul nucleare

Il nucleare è un argomento molto dibattuto in Italia in questo momento in quanto il governo Berlusconi ha deciso di rilanciare il nucleare costruendo 4 centrali nucleari. Inoltre il 12-13 giugno sono previsti 4 referendum, uno dei quali chiede di annullare la legge sul piano nucleare che il governo ha varato, stoppando quindi sul nascere un nuovo possibile piano nucleare.

In questa discussione cercherò di argomentare tutti i motivi per cui ritengo che il piano nucleare italiano sia assolutamente da evitare e cercherò di rispondere a tutte le argomentazioni a favore che fanno i nuclearisti. La discussione verrà continuamente aggiornata anche in base a ulteriori dati che verrò a conoscenza o che voi porterete a mia conoscenza.

Quindi innanzitutto invito a partecipare al referendum e a votare SI per dire no al nucleare.

MOTIVI PER DIRE NO AL NUCLEARE:

1) Non è vero che il nucleare è una tecnologia sicura:

Da sempre i nuclearisti sostengono che il nucleare non è una tecnologia rischiosa e che anzi, rispetto a tante altre è quella meno rischiosa in quanto gli incidenti si contano sulle dita di una mano, i morti per nucleare sono pochi, il nucleare non ha conseguenze sulla salute delle persone………

LE ARGOMENTAZIONI DEI NUCLEARISTI:

1) Nei prossimi 10 anni si spenderanno 50 miliardi di euro per le rinnovabili (è una stima fatta dal governo), quindi le rinnovabili sono costose

i 50 miliardi sono quelli di incentivi per le energie rinnovabili “e assimilate”. E il trucco sta tutto in questa parola. Infatti la parola “e assimilabili” nasconde i miliardi di euro che ogni anno vengono regalati alle società che gestiscono gli inceneritori (circa 4 miliardi all’anno, cioè l’80% degli incentivi concessi alle rinnovabili). Quindi le vere rinnovabili assorbirebbero solo 10 miliardi di incentivi Quindi se l’Italia paga una bolletta elettrica più alta, rispetto ai Paesi vicini, è proprio perchè si sprecano tanti miliardi per gli inceneritori. (da http://www.julienews.it/notizia/cultura-e-tempo-libero/ad-annozero-testa-e-il-pdl-promuovono-il-nucleare-con-le-menzogne/78622_cultura-e-tempo-libero_7.html)

2) Nel mondo muoiono 2 milioni di persone per l’estrazione del carbone e per le centrali a carbone.

OK, nessuno nega questo ma non è che si sostituisce un male con un altro. Chiaramente siamo tutti d’accordo che nel tempo la produzione di energia da carbone e da altri combustibili fossili debba essere sempre più ridotta sostituendola con quella derivante dalle energie alternative

3) L’Italia è circondata da altre centrali nucleari

Certo, anche qui nessuno nega la cosa. Ma non si può nemmeno negare che una cosa è avere una centrale a 100 o 200 o 500 chilometri di distanza e un’altra è averla a 5, 10 o 30 km di distanza. Le tragedie di Chernobyl e Fukushima dimostrano che gli effetti più gravi di un incidente si hanno nel cerchio dei 30 chilometri di diametro intorno alla centrale e più che ci si allontana più che diminuiscono.

4) l’energia nucleare ci aiuterebbe a renderci indipendenti dalla produzione di energia

Falso. Anche ammettendo che riuscissimo a renderci completamente indipendenti dall’utilizzo dei combustibili fossili tipo petrolio e carbone, diventeremmo dipendenti dai paesi produttori di uranio. Quindi passeremmo da una dipendenza ad un’altra, visto che uranio in Italia non ce n’è. E poi per realizzare una centrale nucleare ci vogliono minimo 10 anni, ma conoscendo le tempistiche italiane sicuramente ci vorranno molti più anni. E nel frattempo che facciamo? continuiamo a dipendere dagli altri paesi produttori? Una centrale nucleare produce energia solo dopo molti anni. L’energia da rinnovabili si produce subito dopo pochissimo tempo e non dopo 10 anni.

5) Alle sette della sera a febbraio, c’è il picco di consumi, di 60 Gw. Come si raggiunge con le centrali convenzionali?

a parte che il dato è falso (il picco del consumo, di 57 Gw e non di 60, è stato raggiunto sempre nei mesi di luglio ed agosto, tra le 11 e le 17), chi l’ha detto che alle sette della sera fotovoltaico ed eolico non producono energia? D’inverno, un impianto fotovoltaico messo sul tetto di una casa di città, alle sette di sera, producono circa 0,3-0,5 kilowatt ogni 10 metri quadri ( da http://www.julienews.it/notizia/cultura-e-tempo-libero/ad-annozero-testa-e-il-pdl-promuovono-il-nucleare-con-le-menzogne/78622_cultura-e-tempo-libero_7.html )

6) Importiamo energia nucleare dalla Francia

L’Italia non importa energia nucleare dalla Francia, ci specula. Vediamo un po’ perchè. La Francia ha tantissime centrali nucleari, che – tra le varie caratteristiche negative – si caratterizzano dal fatto di non poter essere spente facilmente (le procedure di spegnimento possono durare da giorni a settimane). Quindi la Francia la notte produce molta più energia di quella che può consumare. E quindi, piuttosto che farla disperdere, ce la vende sottocosto, anche rispetto al normale prezzo notturno dell’energia (più basso del normale). L’Italia usa questa energia per far funzionare le pompe che riempiono di acqua i laghi artificiali delle centrali idroelettriche. Poi di giorno, quando il prezzo dell’energia sale, si fa scaricare l’acqua, si produce energia elettrica e la si vende all’estero ad un prezzo di almeno 5 volte superiore a quello a cui l’abbiamo acquistata dalla Francia. Ma non c’è bisogno di importarla per le nostre necessità. ( da http://www.julienews.it/notizia/cultura-e-tempo-libero/ad-annozero-testa-e-il-pdl-promuovono-il-nucleare-con-le-menzogne/78622_cultura-e-tempo-libero_7.html )

7) L’incidente di Fukushima è stato generato da un evento imprevedibile ed eccezionale.

Riporto le parole di Angelo Baracca, professore di Fisica all’università di Firenze: “Si è detto e ripetuto che all’origine dell’incidente nucleare ci sarebbe stato un terremoto di inusuale grandezza (nono grado della scala Richter), del tutto eccezionale e imprevedibile. Falso. La scossa che ha colpito l’impianto è stata di settimo grado, circa 900 volte minore del nono, registrato all’epicentro, a circa 25 miglia dalla costa. Le misure dei 53 sismografi collocati all’interno della centrale di Fukushima, rese pubbliche il 16 maggio scorso dalla Tepco, dimostrano che l’intensità del sisma ha superato di poco i valori di riferimento, utilizzati per la costruzione dell’impianto”.
“Tra l’evento sismico  che ha causato l’arresto dei reattori, e l’arrivo dello tsunami sono passati 50 minuti in cui si sono verificate alcune gravi anomalie nei reattori 1 e 2 , poi amplificate dall’effetto dell’onda che ha messo fuori servizio i diesel di emergenza. Questo significa che gli incidenti sono stati innescati direttamente dal terremoto e non solo dallo tsunami, come vorrebbero farci credere”. (da http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/04/su-fukushima-nascosta-la-verita-vogliono-minimizzare-le-conseguenze-dellincidente/114917/ )

 

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Conoscete il Picco della Salute?

Una delle considerazioni che finora hanno sempre messo in difficoltà chi lotta contro l’inquinamento crescente, affermando che ci danneggia enormemente, è la statistica della speranza di vita che continua ininterrottamente a crescere. Ci viene detto: “ma perchè rompete con questo allarmismo sulla salute se viviamo sempre di più? alla fine tutto questo inquinamento che male fa? ma allora lo stile di vita che teniamo va bene così”

                    Aspettativa di vita alla nascita

Le cose cambiano notevolmente e la ragione torna nettamente a favore di chi combatte contro l’inquinamento crescente e lo stile di vita attuale se guardiamo all’ aspettativa di salute alla nascita o aspettativa di vita sana alla nascita. Tale statistica può essere osservata andando sul sito della Commissione Europea per la Salute  e scegliendo, come indicatore, l’aspettativa di vita alla nascita (Life expectancy at birth) e l’aspettativa di salute alla nascita (Health life years at birth). Se guardiamo questi indicatori riferiti all’Italia, la situazione è molto preoccupante. Infatti dal 2003 la linea che descrive l’andamento dell’aspettativa di salute registra un’inversione di tendenza decisa e preoccupante, soprattutto per quanto riguarda le donne.

       Aspettativa di vita sana alla nascita (uomini)

        Aspettativa di vita sana alla nascita (donne)

Questi grafici dimostrano chiaramente che se da una parte aumenta l’aspettativa della vita di ognuno di noi, dall’altra aumentano notevolmente le malattie alle quali siamo sottoposti. Questo a dimostrazione che la qualità della nostra vita stà peggiorando nettamente e tutti noi tendiamo ad ammalarci di più. La cosa che ci salva è che la medicina migliorando continuamente ci permette di curarci sempre meglio. Ma alla fine chi ci guadagna: noi o chi produce le medicine? Da questi grafici la risposta è chiara. Visto che inoltre sempre più aumentano le malattie che colpiscono anche i bambini, non è il caso di iniziare a eliminare le cause delle malattie invece che eliminarne gli effetti?

Di seguito i link dai quali ho tratto spunto per queste mie considerazioni:

http://www.tavoloassociazioniambientalisteforli.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/il-picco-della-salute_pdf2_.pdf

http://transitionitalia.wordpress.com/2011/03/14/il-picco-della-salute/

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